Frammenti divini di un viaggio in Inferno

 

 

 

 

 

 

 

 

Frammenti divini di un viaggio in Inferno

Con: Mario Barzaghi

Messa in scena: Alberto Grilli

Luci: Marcello D’Agostino

  • I primi otto canti vengono smontati e ricomposti. Due i personaggi: Dante e Virgilio che lo incalza inesorabilmente: “L’anima tua è da viltade offesa”. Il taglio dei due versi precedenti, ( 43-44 – Canto 2°), esalta l’autorevolezza del Maestro che spinge l’allievo a intraprendere il viaggio. I dialoghi: “all’osso“, l’assenza dei personaggi: “storici“, isolano e ingigantiscono la figura di Virgilio. Il succedersi delle “visioni“, le situazioni di gruppo, fanno di questo spettacolo un dantesco “solitario“ teatrale. Ai due personaggi, al Vian-Dante e a Virgilio, va aggiunto il protagonista-orfano che spesso invoca e parla di e con sua madre  utilizzando un linguaggio quotidiano che fa da contrappunto ai versi danteschi. Il protagonista, orfano, ci spiega perché è stato rinchiuso e  ci fa capire, attraverso la forza epica e titanica delle sue azioni, il perché del suo bisogno barbaro, di recitare Dante.

Interpretare L’inferno (Osip Mandel Stam)

  • “Leggere Dante è prima di tutto un lavoro interminabile. La “Commedia” non tanto sottrae tempo al lettore, quanto piuttosto gliene fa dono al pari di una composizioni musicale, mentre viene eseguita. Dante è un provetto forgiatore di strumenti poetici, non un confezionatore d’ immagini. È uno stratega delle trasformazioni e degli incroci. Occorre mostrare assolutamente alcuni pezzi dei ritmi danteschi. È una cosa di cui non si ha idea e che invece bisogna conoscere. Se ascoltassimo Dante, ci immergeremmo nel flusso energetico ora denominato composizione, quando è preso nel suo insieme; ora metafora quando lo si considera in suo particolare; ora similitudine quando è colto nella sua elusività. Immaginare il poema dantesco sotto forma di narrazione o, addirittura, di una voce che si stende su un’unica linea, è un modo assolutamente sbagliato di figurarselo. Molto tempo prima di Bach, e in un’età in cui non si costruivano ancora i grandi organi, Dante costruì, dentro lo spazio verbale, un organo di una potenza smisurata. I versi di Dante hanno preso forma e odore in base ad un processo geologico. Ogni parola è un fascio di significati, ed un significato affiora da esso per irradiarsi in varie direzioni, senza mai convergere in un solo punto ufficiale. I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra. Dante ha studiato accuratamente tutti i difetti dell’eloquio, ha prestato orecchio ai balbuzienti, ai biascicanti, a quelli che parlano nel nasco e a quello che non pronuncia alcune lettere, e da essi ha appreso molto. È magnifica in Dante la riflessologia del discorso, questa scienza ancora tutta da inventare che ha per oggetto l’azione psico-fisiologica spontanea della parola negli interlocutori, sulle persone che hanno intorno ed anche su colui che parla, come pure sui mezzi che egli usa per trasmettere lo slancio, di cui investe l’altro nel parlare, e cioè per far conoscere con un segnale luminoso il repentino desiderio di esprimersi. A Dante nessuno ancora si è avvicinato con il martello del geologo, per conoscere la formazione cristallina delle sue molecole, per studiarne le venature, l’opacità, la granulosità, per apprezzarla come un cristallo di roccia sottoporlo alle più variopinte casualità. Una materia poetica, che si lascia attingere soltanto attraverso l’atto dell’esecuzione, esiste nell’atto di venire eseguita, nello slancio dell’ esecuzione.

Scheda Frammenti divini di un viaggio in Inferno

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